Lᴀ Vᴏᴄᴇ ᴅᴇʟ Rᴇᴄᴇɴsᴏʀᴇ

SCRITTURA VIVA

SONO UN ATTIMO IMBARAZZATO... MI SERVE UN AIUTINO

di Giovanni Graziosi

 

Per gli antichi l’atomo era la particella, costitutiva della materia, ultima e indivisibile. Il significato della parola è appunto questo, come è noto: “che non si può (ulteriormente) tagliare e suddividere”. Poi si è scoperto che l’atomo è composto a sua volta di elementi, come gli elettroni, i protoni, e altri, alcuni addirittura ipotetici. Tutti, però, con i loro bravi nomi. Ma per l’uso quotidiano “atomo” va benissimo ancora oggi: tanto né antichi né moderni ne hanno mai visto uno, né mai alcun uomo lo vedrà, per quel che ci è dato di pensare senza sconfinare nella fantascienza. Allo stesso modo dell’atomo, anche l’attimo - particella non di materia, ma di tempo - sembrava indivisibile. Forse lo è ancora, ma è diventato comprimibile. Infatti si è affermato nella nostra lingua, con la fortuna rapida e diffusa che è propria delle cose proterve, l’attimino. Che cos’è l’attimino? Forse un attimo strizzato, di cui si sono ridotti gli spazi interni (nell’atomo ci sono e, relativamente alla quantità di materia, enormi) o meglio i tempuscoli vuoti, che ci saranno. Può darsi invece che l’attimino sia una frazione di attimo, nel qual caso ci si potrebbe chiedere quanti attimini ci stiano in un attimo. Già “attimo” dovrebbe indicare un’entità di durata brevissima, impalpabile per la percezione umana senza la protesi di sofisticati strumenti. Forse un pochino più lungo di un istante, che è di durata assai prossima allo zero. L’istante dura quel tanto che gli permette di esistere, mentre l’attimo un po’ di consistenza deve averla, se è vero che riesce anche ad essere “fuggente” e che qualcuno prova perfino a coglierlo. Non ci è mai riuscito nessuno a quanto risulta. Ricordiamo Goethe: ”Zum Augenblicke dűrft ich sagen: ‘Verweile doch, du bist so schön!...’ “, ossia, nella traduzione di Franco Fortini: “Potrei dire a quell’attimo: ‘Fermati dunque, sei così bello!…’ “ (Faust II, atto V, Mondadori). Ma, come l’attimo, anche l’attimino è inarrestabile e si diffonde: complice la pigrizia dei parlanti, esce dalle bocche meno sospettabili; invade nuovi territori con impensati travestimenti semantici: è sempre più spesso usato anche per significare “un poco”, “un pochettino”. Chi lo impiega per indicare un tempo fugacissimo potrebbe limitarsi ad usare “attimo”. Il diminutivo, che qui è un rafforzativo, è pleonastico e fa pensare ad esiti diversi da quelli auspicati. Quando ci sentiamo dire: “Il dottore la prega di aspettare un attimino”, preferiremmo ci avessero prospettato un’onesta ora di attesa. Così invece siamo sospesi nel vago, in un’indeterminatezza dove ci può stare di tutto. Chi lo usa come misura, di quantità concrete o di qualità, o magari di entità metaforiche, suscita, in me almeno, un forte disagio. “Qui ci vorrebbe un attimino di sale in più”, “queste scarpe mi vanno un attimino strette”, “prego, abbia un attimino di pazienza”. Francamente chi parla così per evitare termini che gli sembrano forse troppo usurati, come il buon “poco”, magari troncato in “po’ ” o declinato in “pochetto” , mi sembra – senza offesa – un poco (o, se vuole, “un attimino”) limitato. Ma quello dell’attimino non è un caso isolato, un vezzo particolare. Perché si è già prepotentemente affermato anche il “messaggino”. Qui il diminutivo è obbligato, dal momento che il messaggino si confeziona e si invia con il telefonino. Peraltro, vista l’esiguità dello spazio disponibile nello schermino (o vogliamo dire “display”?), non si può fare né dire altrimenti. E non dimentichiamo l’aiutino. L’aiutino, che deve forse la sua stessa invenzione, e certo la sua fortuna, a molte trasmissioni televisive di grande successo, è una forma di soccorso, pietoso e ingiusto, in contesti futili ma dagli effetti notevoli. A fronte di risposte facilitate a domande squallide si distribuiscono montagne di denaro. Almeno così dicono. “Qual è il nome di Marconi, l’inventore della radio? Arturo, Guglielmo, Vincenzo, Giuseppe?” - “Non mi intendo molto di musica. Potrei avere un aiutino?” Qui il discorso potrebbe prendere un’altra direzione, che, almeno per questa volta, vorrei tralasciare. Ogni genere di conversazione; non per un illanguidimento dei costumi o per una forma di gentilezza stucchevole, ma in maniera fredda e meccanica viene ammorbata da diminutivi, vezzeggiativi, bamboleggiamenti. Il tutto in contrasto, ma solo apparente, con lo strillo, il grido, l’invettiva, il tono di voce sempre alto o pronto ad elevarsi per sopraffare, almeno acusticamente, l’interlocutore. Dalle poltrone del “talk show” ai sedili dell’autobus, dalla scrivania dell’ufficio al tavolo del ristorante, le stesse bocche da cui fioriscono tutti gli “ini” più melensi, si alza il grido dell’uomo senza argomenti. Il grido, l’urlo belluino, impiegato come strumento di difesa e arma di attacco: propriamente infantile, come il diminutivo ad oltranza. Penso seriamente che lo stile e lo spirito del nostro tempo troveranno forma compiuta quando si riuscirà a raggiungere la bella sintesi di urlo e diminutivo. Quando la tecnologia metterà alla portata di tutti (ormai ci siamo) la possibilità di urlare un carezzevole vezzeggiativo per mezzo di un messaggino sul cellulare. Il messaggino o SMS, acronimo di “Short Message Service”. Già, perché è l’acronimo che domina il mondo dei messaggi brevi, per ovvie e intrinseche ragioni. E non si tratta di acronimi qualsiasi, ma di acronimi di tre lettere (Three Letters Acronyms), definiti, a loro volta, TLA. So però di qualche eresia, che contempla e permette l’uso di acronimi più lunghi. Ma il TLA resta quello classico. Da inveterato amante dell’italiano, cui non dispiacciono affatto le parole di molte sillabe, ho sghignazzato apprendendo che per dire “ci vediamo più tardi”, che sarebbe “See You Later”, non si scrive SYL. No, troppo facile: qui l’acronimo da usare è CUL, che gioca sulla pronuncia (si-iu-el) e non sulla grafia. Pronuncia americana, naturalmente, perché di derivazione americana sono le siglette in cui inciampiamo tutti i giorni. Certo più criptiche di vecchie sigle, ormai consegnate alla storia perché i contenuti si sono dissolti (altri tempi, altri regimi), come Minculpop, Comsomol, KGB, Gestapo, CEKA, eccetera. Ma il messaggino non resta relegato al “display” del telefonino, dove, bene o male, una sua funzione la svolge, ma dilaga: sui muri, sulle panchine dei giardini pubblici, perfino sui segnali stradali. “Frency, T.V.T.B. by Andy”: questa è la comunicazione che ho letto l’altro giorno, tracciata con pennarello nero attorno al palo metallico di un lampione comunale. Poiché sono certo di conoscere gli interessati e i loro sentimenti, l’ho decifrato agevolmente, così: “Francesca, ti voglio tanto bene. Andrea”. Bello, no? Semplice e diretto. Basta conoscere la chiave. Ma perché quel “by” (leggasi ‘bai’), che, come si sa, vuol dire, più o meno “ad opera di”, che si usa, nei libri in inglese, per indicarne l’autore (“David Copperfield” by Charles Dickens). Dai, Andrea, firmati e basta. Ci avrai messo tanto sentimento, ma non hai scritto altro che un FLA (Four Letters Acronym).