Lᴀ Vᴏᴄᴇ ᴅᴇʟ Rᴇᴄᴇɴsᴏʀᴇ

SCRITTURA VIVA

LA BACCHETTA SPEZZATA - PARTITURE DISSOLTE

di Maurizio De Giglio

Radici lontane... come riscoprire se stessi

a cura di Daniela A. Sabato

Un’opera letteraria interessante e coinvolgente quella dell’autore Maurizio De Giglio, La bacchetta spezzata - Partiture dissolte (edita da Booksprint Edizioni, anno 2018, pag.108) che lascia il lettore avvolto da una nota nostalgica a tratti poetica. Come un componimento musicale la melodia delle parole di De Giglio entra con semplicità nel cuore e nella mente di chi legge. Si tratta di un romanzo che racchiude diverse realtà estremamente importanti, soprattutto per le vicende accadute attorno alla vita dell’autore che è al contempo il protagonista del romanzo. Tali vicende tendono a spingere lo scrittore ad una profonda e vera introspezione. Maurizio De Giglio, un uomo in grado di amare profondamente e di aggrapparsi ai valori importanti quali l’amicizia, in cui crede fermamente, possiede una profonda cultura tanto da indurlo a riportare, all’interno del racconto stesso, riferimenti e avvenimenti passati storicamente importanti e purtroppo, per certi versi, quasi dimenticati. L’autore durante un periodo particolare della sua vita avverte un incontenibile bisogno di tornare alle radici, di fare un tuffo nel passato, così decide di effettuare una ricerca su Francesco Curci, un antenato musicista di Bitonto. Francesco studia a Napoli, città conosciuta anche per la sua arte e per la musica, soprattutto quella partenopea. All’età di 26 anni Curci lascia l’Italia per raggiungere l’America poiché l’Istituto di Beneficenza che finanzia il Conservatorio di Philadelphia lo incarica di dirigere l’orchestra napoletana del posto. Com’è noto, promulgare melodie e opere in un contesto decisamente diverso dal proprio, non è facile nonostante la musica italiana sia sempre stata molto apprezzata in tutto il mondo. La ricerca su Francesco Curci si rivela tutt’altro che semplice per De Giglio che non riesce a trovare tutti i pezzi del complicato puzzle da ricomporre. Il romanzo è arricchito da interessanti cenni sul teatro e sulla musica napoletana come l’opera seria e l’opera buffa e da alcuni eventi storici come la dura realtà degli artisti di un tempo che, per affermarsi nel mondo dell’arte, dovevano faticare seriamente. A tal proposito l’autore scrive: «Una volta i musicisti erano considerati alla stregua dei servi... Che non si pensi di riconoscere la grandezza di un’artista solo dandogli degna sepoltura.» Molto belli i riferimenti su Puccini e Pergolesi (straordinari maestri e compositori di opere melodrammatiche) e la descrizione della triste realtà cui furono protagonisti parecchi artisti e non, ma comunque italiani emigrati in America. Bravo l’autore per la sua abilità nel saper emozionare il lettore. Gli stati d’animo magistralmente descritti invitano chi legge a guardarsi dentro, a porsi domande e a riflettere su necessità esistenziali significative come i desideri: «se i sogni sono indissolubilmente intrecciati con la realtà, si avverano… In fondo non siamo altro che i nostri sogni». La ricerca di Francesco Curci cammina di pari passo alla ricerca personale dell’autore, un albero dalle profonde radici e dai rami rigogliosi che tende a chiudersi e ad allontanarsi dalle persone che lo amano ma che, tuttavia, possiede una forte sensibilità e una marcata genuinità. L’autore riesce a esprimere concetti e riflessioni attraverso una delicatezza e una classe peculiare. Uno dei concetti che traspare spesso nel romanzo è legato alla “follia” definita dall’autore «una strana Signora, giovane, rivoluzionaria e sbarazzina». Nonostante la travagliata ricerca sul Curci, nel racconto, si percepisce un desiderio implicito di rivisitare quella parte nascosta di sé, e questa vena malinconica contribuisce a rendere il racconto ancora più vivo, palpabile…quasi lo si sente respirare. Le parole diventano immagini che appaiono e poi svaniscono come da copione scritto e stabilito da un indiscutibile e abile regista. La Bacchetta Spezzata - Partiture Dissolte è un'opera da “ascoltare” poiché diretta da un maestro, anzi da un docente (autore), amante dell’arte e della musica che continua a insegnare ai suoi alunni (lettori) attraverso un foglio e una penna saggezza, sentimento e verità storiche, a volte, soppresse dalla mancanza di curiosità e dall’assenza di ritrovare quelle radici forti da curare necessariamente e da proteggere per non dimenticarle mai. Un’opera da leggere e consigliare ai lettori appassionati.

INTERVISTA ALL'AUTORE MAURIZIO DE GIGLIO

Cosa significa scrivere per Maurizio De Giglio?

Scrivere, almeno per me, nasce da un bisogno di comunicare le proprie emozioni, che spesso scaturiscono da un profondo dolore. Esprimere un mondo interiore attraverso la scrittura è una forma di autoanalisi perché, rielaborando la sofferenza, si può cercare di comunicare a fondo con il proprio sé, prima di esternare le proprie esperienze. È indispensabile una volontà di aprirsi verso gli altri, sconfiggendo l’inevitabile conflitto interiore, che vorrebbe impedirti di gettare luce nella tua anima. Il rinchiudersi in una stanza per far scaturire il flusso di coscienza, come Joyce definiva quella particolare estasi che prende lo scrittore in fase creativa, è un’esperienza straordinaria, che bisogna coltivare giorno per giorno, ma che non accade automaticamente e si trasforma in una forma di autodisciplina, perché senza una costante applicazione non si arriva al traguardo del concepimento di un’opera. Ma è la passione, il sacro fuoco, per così dire, che ti fa continuare e non riesci più a farne a meno.

Come nasce l'idea di questo libro?

L’idea nasce da una ricerca nel passato, per ritrovare l'identità interiore più vera. Da un lavoro di scavo, dovevo arrivare a dare delle risposte ad avvenimenti che suscitavano in me sempre nuove domande e che, in qualche modo, dovevano trovare una conclusione risolutiva. L’incontro con il direttore del quotidiano on line www.dabitonto.com, Mario Sicolo, che si potrebbe definire casuale perché abbiamo insegnato nello stesso Istituto superiore per due anni, mi ha consentito di avviare le ricerche su questo antenato musicista di Bitonto, Francesco Curci, che era stato in America a fine '800. Mario Sicolo mi presentò Stefano Milillo, direttore della Biblioteca diocesana di Bitonto, e gli chiesi se si potevano ricercare le tracce di questo musicista bitontino. In poco tempo, riuscì a trovare in un libro che raccoglieva articoli di uomini illustri bitontini, un articolo di risposta ad un precedente articolo del mio antenato, apparsi entrambi sul giornale “Il Vesuvio”, quotidiano per i nostri emigrati di Philadelphia, di cui nessuno conosceva l’esistenza. Alla Biblioteca di Napoli ho ritrovato diversi numeri di questo quotidiano, ma non quello che riguardava il mio antenato e a Philadelphia, dopo una ricerca alla “Samuel Pauley Library”, non si erano neanche trovate tracce di quel giornale italiano che venisse pubblicato a fine ‘800. Nel libro c’è anche il mio articolo, pubblicato nel numero di novembre dell’anno 2014, del mensile cartaceo “da Bitonto”, sulla vicenda. Pur con notizie frammentarie, il desiderio di raccontare questa vicenda mi dava spunto per raccontare le ansie, i dolori le spinte intellettuali e gli interessi della mia vita. La storia del mio antenato mi dava l’occasione di esprimere la mia passione musicale, che non si è realizzata nell’imparare a suonare uno strumento, ma ad arricchire ed ampliare le mie conoscenze. In epigrafe al romanzo ho riportato un aforisma di Oscar Wilde, che vorrei citare: “La musica mi sembra sempre produrre questo effetto. Ti crea un passato del quale eri ignaro e ti colma con un senso di sofferenze che erano state nascoste alle tue lacrime”.

In questa sua opera letteraria lei è autore e protagonista della storia. Ci racconti di questa scelta.

L’idea di inventare un personaggio che avviasse la ricerca di un antenato musicista, non mi aveva mai sfiorato. La storia era troppo personale, intima. Così ho deciso di raccontare lo svolgersi di questa ricerca e cosa mi avesse portato a scriverla. Ne è venuto fuori un viaggio a sbalzi temporali tra l’Italia e l’America, per riannodare rapporti, storie perdute e ritrovate, in posti dimenticati, illusori, mai visitati, eppure conosciuti, riportandomi anche alla storia della Scuola musicale napoletana, che i musicisti pugliesi, come Piccinni e Traetta, hanno contribuito a rendere famosa in Europa. Ho voluto anche raccontare come l’antenato abbia vissuto il mito del sogno americano, ripercorrendo il viaggio di tanti emigrati italiani alla fine dell’800 e che travolse anche Francesco Curci, spingendolo a cercare fortuna al di là dell’Atlantico, per tentare di affermarsi come direttore d’orchestra in una terra così lontana e spesso irraggiungibile.

Quanto conta, secondo lei, promuovere le proprie opere letterarie?

Non vedo altro modo per far conoscere i propri scritti, se non con presentazioni, apparizioni nei media, letture pubbliche e recensioni. In un Paese dove si legge poco, penso che si debba intervenire più a fondo nella scuola, per insegnare ai ragazzi ad amare la lettura, anche attraverso gli strumenti tecnologici, che possono aiutare a divulgare i libri.

Ha in cantiere qualche altro lavoro letterario? 

Sì. Ho in mente di mandare in stampa un'altra raccolta di racconti, dopo aver pubblicato “Filtri d’amore”. Non dico di più, perché è tutto in fase di progettazione.