Lᴀ Vᴏᴄᴇ ᴅᴇʟ Rᴇᴄᴇɴsᴏʀᴇ

SCRITTURA VIVA

QUALE CONFINE DI GABRIELLA GRASSO

I luoghi dell’anima

a cura di Teresa Laterza

Si rimane con l’anima, nudi, squarciati, purificati, leggendo i versi della toccante raccolta poetica Quale confine (Edizioni Kolibris, anno di pubblicazione 2019, pagg. 92) di Gabriella Grasso. Il suo poetare è desiderio e allo stesso tempo necessità di riconciliazione col Tutto, è introspezione che, scandagliando le pieghe più riposte dell’animo, diviene poi voce e canto. E quello dell’autrice é proprio un canto ritmico, non solo per la presenza della figura retorica della rima ma anche per l’uso di parole sonoramente armoniche, quasi un gioco di suoni che dà l’idea più del fluire spontaneo che di una scelta di parole ricercate. Ci sono realtà che si lasciano raccontare nell’immediatezza ed è nell’immediatezza del suo presente che l’autrice accarezza dolori, sofferenze, nostalgie e, forse, rimpianti. L’immediatezza come modo di fissare le immagini affinché possano rimanere vivide, rimandando quel riflesso di sequenze ormai incastonate nel passato. Tra i rimpianti nostalgici di ieri e l’ignoto del domani si colloca la dimensione personale dell’autrice ove ella disegna il suo stare, il suo adagiarsi, il ricercare il senso del suo essere, per alcuni versi inquieto ma anche pacato. È quel luogo che può diventare altro. Quel luogo eccedente che, abbandonata la pura riflessione, diviene dialogo, alterità. E il luogo dove poi avviene il possibile, di cui l’autrice parla nei suoi versi, è proprio quello di confine che, per quanto sfumato, porta con sé le tracce di un contatto con l’altro, con il mondo, la natura, il trascendente. È sì il luogo della comunicazione interiore, dell’intimo ritrovarsi, ma proteso a tutto il resto. È il suo luogo dell’anima: «Ci sarà un luogo del sempre / anche se niente / è uguale lo so bene / ma è sempre mio / comunque / il luogo a cui tornare / per sentirsi non albero / ma seme / non uno, ma parte / dell’insieme.» (dalla poesia Ci sarà sempre un luogo.) Questo luogo, tanto caro all’autrice, è proprio quello della poesia che la vede attrice e spettatrice. È uno spazio di mezzo, ritagliato a misura del suo sentire, nel quale il tempo e lo spazio, così come siamo abituati a conoscere, si annullano. Ed è lì che si perde... in quei dettagli che l’anima richiede, come esprime efficacemente nei versi della poesia Perditi dentro i dettagli: « /... / concediti / un treno impreciso / tra un’ora segnata di rosso / e un termine che potrebbe / anche non aver fine / e perditi dentro i dettagli / e lascia che prendano spazio / nel mare degli occhi / e seguili senza una meta / carezzali con le tue dita / di sogno / e scoprili con la meraviglia / di chi è andato oltre / Il dominio del tempo.» La poesia è, così, quello strumento che consente all’autrice di far pace con una realtà che è stata causa di dolore, di sofferenza. Un cammino prima silenzioso, circoscritto al suo io, di forte ripiegamento interiore, che poi diventa, appunto, possibilità di contatto e forse di riscatto, nella necessità del suo io di essere in relazione con l’intera esistenza. E pur negli spazi angusti, con i vuoti e il tentativo di salti coraggiosi, anche laddove le domande, spesso, rimangono inevase, soprattutto quando il termine di “congiunzione” è ciò che trascende l’uomo, ciò che non vediamo, che non sappiamo e di cui non abbiamo certezza alcuna, la poetessa non rinuncia al suo continuo “indagare”. Tale ricerca è espressa con abilità, dall’autrice, nella poesia Mistero della fede che per la sua bellezza e per la pregnanza significativa riporto integralmente: «Lori, ma tu / sei esistita davvero? / Sono tra le pareti / custodi / di un’infanzia comune / e accarezzo gli oggetti delle nostre giornate / il carillon, il tuo diario / gli schizzi, le carte / il gattino / dal colore improbabile / rosa / senza un occhio da sempre / Ed è come / intuirti ma non / riuscire più a metterti a fuoco / Ci sei stata al mio fianco? / E inspiro con forza il maglione appoggiato / Ed è come / intuirti ma non / riuscire più a metterti a fuoco / Ci sei stata al mio fianco? / E inspiro con forza il maglione appoggiato / alla porta / e ritrovo l’odore / Sei uscita da qui? Sei tornata? / E quella canzone inventata / una sera di pioggia / la canticchio / ma mi manca una nota / una sola bastarda parola / Non la trovo / nella mente ora presa d’affanno / è sparita, mi si spezza / il canto / mentre il gatto / il nostro gatto marrone / fissa ancora / coi suoi occhi di sabbia / il mio sguardo / e immobile / qui sulla soglia / mi sbarra il passaggio.» Dubbi, domande di una fede in continua evoluzione. Luoghi dell’anima per l’autrice non sono solo gli affetti ma anche la natura nella sua bellezza spontanea, nella sua sacralità, e nel rammarico di un rispetto che ad essa è venuto a mancare. L’autrice sembra, infatti, rimproverare l’uomo che non è stato capace di proteggerla, di conservarla nel suo originario splendore. Tale rimprovero lo ritroviamo nella poesia Peccato originale: «Non ce le siamo meritate / in fondo / quelle distese di grano / ... / le colline brulle e sobrie / ... / lo splendore del bosco / ... / e poi i ghiacciai / ... / e i fiumi e i torrenti / e infine il mare / ... /». È evidente in tutto il suo narrare come ispirazione e fede siano indissolubilmente legate a doppio filo. Ma la fede dell’autrice non è mai statica, mai scontata, mai ferma, piuttosto si prospetta come dimensione spirituale in continua ricerca, che esprime il moto di un’anima che trascende il significato tradizionale di fede e lo espande. Un raro e raffinato lavoro poetico quello di Gabriella Grasso, degno dei grandi poeti.

INTERVISTA ALL’AUTRICE GABRIELLA GRASSO

Che cos’è la poesia per Gabriella Grasso?

La poesia per me è un’esigenza profonda, che avverto da sempre, uno spazio nel quale mi sento immersa da sempre. È ascolto di voci che ti parlano dentro, che provengono chissà da dove: da altri, dalla natura, dai luoghi; al contempo, è il bisogno di dare forma a queste voci, una possibilità d’esistenza, oltre i limiti del tuo mondo interiore, e di condivisione. Per chi l’accoglie, è l’occasione di entrare con altre chiavi nella propria realtà e comprenderla meglio.

Come nasce questa silloge?

Le poesie di questa raccolta non sono le mie prime, che non ho voluto ancora pubblicare, perché troppo legate ad un dolore personale. “Quale confine” è nato negli ultimi tre anni, quando sono riuscita a dialogare nuovamente con la realtà circostante e a ricavarne spunti e suggestioni. Un’editrice colta e sensibile, poetessa che apprezzo, Chiara De Luca, ha accolto queste poesie nel progetto editoriale della Kolibris e “Quale confine” ha visto così la luce.

Se il suo libro di poesia fosse un racconto, cosa narrerebbe?

È una domanda intrigante, per la quale, però, non ho una risposta immediata. Non saprei, forse racconterebbe di una realtà dove sfuma l’idea di confine netto, nelle relazioni, tra le dimensioni dell’esperienza (apparente, profonda, passata, presente, mistificata…). Parallelamente, racconta di una persona che, dopo una grande sofferenza che ha rappresentato uno iato tra due parti della sua vita, recupera una forma di dialogo con le persone assenti, con i luoghi lasciati, con la comunità della propria infanzia, con un senso del sacro fortemente incrinato, tanto nell’esperienza individuale, quanto nel mondo circostante.

Ispirazione e fede nel suo libro appaiono legate a doppio filo. Ci racconti…

Sì, è vero, non sempre questo è stato notato, ma anche secondo me è così. È difficile però parlare di questo legame. So che la dimensione spirituale è sempre stata importante per me, è un elemento con cui dialogo costantemente, in una relazione non semplice, sempre più matura e dunque critica, negli anni. È qualcosa di problematico, di sfaccettato. In “Mistero della fede” si confronta con la separazione causata dalla morte e con l’interrogativo senza risposta che tutti ci poniamo; la risposta è nella fede, ma il salto non è affatto facile. Ne “La processione degli uomini” ho recuperato le sensazioni che mi dava, da ragazza, la processione del Corpus Domini nel mio paese, con le solitudini dei singoli che procedono come un corpo unico. In “Marzo pazzo” torna l’attenzione verso coloro che vivono al margine della “normalità” e che trovano calore in una buona compagnia: per me la fede è anche questo.

Il mistero della poesia per Gabriella Grasso

Un mistero affascinante, che ti spinge a percorrerlo, ad inoltrarti, a tastarlo, senza possederne mai la formula definitiva. A trascenderlo, forse, proprio quando non lo sai. Come quello della vita. Forse…lo stesso?

BIOGRAFIA DELL’ AUTRICE 

Gabriella Grasso è nata a Catania nel 1971 ed è vissuta a Linguaglossa, a Catania, a Bassano Del Grappa e ad Acireale, dove attualmente risiede e dove insegna lettere nella scuola secondaria di I grado. È studiosa di linguistica, in particolar modo della Lingua Italiana dei Segni (LIS), di cui è interprete e su cui ha pubblicato alcuni contributi (Edizioni del Cerro, Zanichelli). E’appassionata di letteratura e, soprattutto, di poesia; collabora con il blog letterario “Letteratitudine” e con la rivista letteraria “Lunarionuovo”. Ha pubblicato la silloge “Quale confine” nel dicembre 2019, per le Edizioni Kolibris (Ferrara). 

EHI, MA’

Ehi, ma’

fresca, eterna ragazzina

nonostante le frustate

di una vita

Ci siamo scambiate il coraggio

e nascoste tutte le paure

nelle feritoie sicure

dei nostri castelli

Ci siamo graffiate alle volte

ma ci siamo anche sciolte

in larghe risate

scaturite da niente

sciorinate negli spazi d’estate

tele bianche, leggere

che ondeggiano al vento

Se ti vengo vicino

a gustare ogni attimo eterno

è per chiedere ancora una volta

al tuo istinto materno

dammi istruzioni precise

sul segreto della tua leggerezza

che sa erodere mostri e macigni

perché possa, domani, riuscirci da sola

E raccontami sempre il tuo mondo

come sai raccontarmelo tu

lasciami in dote un abbraccio

che sappia di pace e di gioventù

quella mia, quella tua

mai finita

che ritrovo ribelle e creativa

quando insieme giochiamo alla vita

(Dalla stessa silloge Quale confine, kolibris Edizioni, 2019).