Lᴀ Vᴏᴄᴇ ᴅᴇʟ Rᴇᴄᴇɴsᴏʀᴇ

SCRITTURA VIVA

TRA IL PIAVE E LA LUNA di Michele Carniel

L’incontenibile essenza dell’essere

a cura di Teresa Laterza

Non possiamo fermare la vita, quella che abbiamo scelto, quella a cui abbiamo “abdicato” così come non possiamo arrestare il tempo, che imperturbabile scorre noncurante di ciò che accade dentro e fuori di noi, ma l’animo del poeta ha sempre un’àncora di salvezza perché capace di creare una situazione “intermedia”, sospesa, dove ricordi, sensazioni ed emozioni respirano di vita propria dando senso e significato all’esistere. La vita pulsante e il senso dell’esistere di Michele Carniel sono racchiusi nel libro di poesie e riflessioni in prosa Tra il Piave e la luna (Sillabe di sale editore, pagg. 130, anno di pubblicazione 2019). La sua è una penna incisiva ma pacata, profondamente libera e delicatamente inquieta. L’inquietudine, insidia del vivere presente, si fa incedere spaesato nell’esistenza del poeta, che s’interroga, a volte “pigramente” altre insistentemente, sull’incompiuto. Quasi un camminare sulla soglia, oltre la quale soltanto è possibile immaginare il tutto o solo un frammento di un altro vivere, di quella felicità ormai dissolta nel tempo, ma che è costantemente richiamata alla mente dallo scrittore: una necessità contro il lento scorrere dei giorni uguali e “vuoti” che attendono quel brivido, quella linfa vitale. In ogni componimento dell’autore, traspare, senza mai consegnare la resa, l’attaccamento alla vita che, nonostante ci voglia conformi a ruoli e doveri, non smette mai di pulsare nella sua parte sentimentale, autentica, che palpita negli anfratti più profondi della nostra anima e che richiede di essere ascoltata, come traspare nella poesia Vivo: «Mi sono comportato come una domenica, / cattolico fino al primo sguardo. / Il mio artigiano / deglutisce il giorno / che se ne va senza aver messo accenti. / Poco male... / Nell’indifferenza contagiosa / di ruggine s’ammala la nostra catena / ed una patina di polvere / aggredisce lo specchio. / La tua bianca pelle rincorre la mia, / un’istantanea di sale / che restituisce all’uomo / la consapevolezza d’esser vivo». Ed è proprio nell’abilità di riuscire a stare sulla soglia, al centro tra una realtà concreta e l’altra immaginata e desiderata, che l’autore riesce a raccontarsi e, metaforicamente, ad arrestare il suo tempo, soffermandosi tra il Piave (realtà tangibile) e la luna (possibilità desiderata) in quella dimensione di indefinitezza, ma che per il poeta rappresenta il tutto. È lì che diviene possibile ricordare e sognare indisturbati anelando a quella serenità d’animo tanto agognata dall’autore. Una serenità che sarebbe possibile realizzare se solo non vi fosse una così rigida adesione a quelle norme e convenzioni sociali che lasciano, spesso, l’uomo costretto e insoddisfatto, come si evince, soprattutto, dalla poesia Signora serenità. Consapevole delle sue imperfezioni e fragilità delle quali si rammarica, ma che non riesce ad abbandonare in quanto linfa e sale vitale, il poeta lancia un grido d’aiuto a quel Dio nascosto e silente affinché possa liberarlo, assolverlo: «... le buone intenzioni le ho smarrite da quando / offendo l’aria solo col volo di mani nude. / I peccati escono da me / come serpenti che non vogliono letargo. / Toccami e salvami / non ho altre vite che questa, / chino il capo e tiro fuori la lingua / per leggerci sopra di che morte morire, / ma il battito è vivo / e cerca l’angelo che lo alimenta / (ingenuità che la mia età non ha mai cancellato) / ... / Toccami e salvami, / di lacerazioni non c’è più traccia / nella mia pelle consunta, / divorata dai perché a caso / e dall’insolvenza di ogni male». Ed è come se per una volta il silenzio di Dio fosse complice e non più giudice del conflitto del poeta: «Da una capanna di stelle / il silenzio per una volta tace / e riconquista la ragione persa / nei deserti dove l’aridità / è soltanto una sottile dittatura». (Dalla poesia Toccami e salvani). Della natura contraddittoria e ambigua dell’essere umano sembra che il nostro poeta non se ne curi, esperendola più che altro come caratteristica esclusivamente personale con la quale in momenti di quiete sembra far pace: «... / Uno specchio in frantumi amplifica la mia ubiquità / ed un solo cuore non basta / dentro questo labirinto / ... / vorrà dire che raccoglieremo i raccolti altrove». (Dalla poesia Nuova Atlantide). Una scrittura ben curata, sedimentata, maturata quella delle poesie di Michele Cardiel, poesie che emozionano e convincono sia come armoniosità sonora sia per quanto concerne la scelta di parole ricercate, finalizzate ad una resa quanto più significativa ed incisiva. E, tuttavia, la poesia del nostro autore conserva quella preziosa caratteristica di semitrasparenza, di celato che impreziosisce i versi. Del resto la poesia che si lascia subito intendere, scoprire, risulta quasi come snaturata nella sua essenza perdendo quel prezioso, quanto peculiare, alone arcano. Il nostro poeta sembra dialogare abilmente con se stesso portando in superficie,  nei suoi versi, solo ciò che vuole, lasciando nella penombra significati e contenuti del suo esperire che desidera rimangano protetti, al sicuro. Diversi i temi della sua raccolta: la vita, la natura, lo scorrere del tempo, tutti imbevuti d’amore: un amore intenso, necessario, ma anche sofferto, conflittuale. Di questo amore l’autore riesce a parlare con più immediatezza nelle riflessioni in prosa: pensieri estemporanei che narrano di un mondo interiore delicato e della caducità di ogni istante, ricordato o desiderato, ma anche di quell’attaccamento ad una vita che sia degna d’esser chiamata vita… perché accontentarsi, come lascia intendere l’autore, non paga: «Resistere all’esistere, una lacerazione che lacera ogni azione, non ci sono giochi di parole sulla consapevolezza di essere in vita, quindi ridonami, sguardi, schiaffi, voci bianche e a colori, vestiti inamidati o inumiditi, tracce di infanzia scheggiata, ma dammi qualcosa di te, che serve a questo povero cuore drogato per spingere sangue e scaturirne consolazione. La poesia è anche questo». Per gli amanti della poesia, di quella vera che lascia segni incisi nella memoria e che dopo averla letta non si è più come si era prima, ma si rinasce trasformati, l’opera di Michele Carniel è una di quelle che non può assolutamente mancare nelle librerie dei buoni intenditori.

INTERVISTA ALL’AUTORE MICHELE CARNIEL

Come nasce questo libro?

“Tra il Piave e la luna” in realtà ha avuto una gestazione lunghissima. Fin dall’età scolare ho scritto poesie, amore tramandato da mio padre che a sua volta ne scriveva durante i periodi in cui era lontano da casa per lavoro. All’inizio custodivo i miei scritti gelosamente, tanto da non farli leggere a nessuno per timore di critiche, poi piano piano li ho fatti leggere ai miei cari più stretti, successivamente ad amici, finché non mi sono iscritto in un sito internet dedicato alla poesia, coltivando molte amicizie interessanti dal punto di vista letterario. I complimenti che ricevevo da persone che nemmeno conoscevo, se non tramite un monitor, mi hanno spinto a voler “tentare” l’avventura di inviare le mie poesie e le mie riflessioni a vari editori, finché non mi è giunta una proposta di contratto dalla mia casa editrice “Sillabe di Sale”, che ha esaudito un mio grande sogno.

A quale funzione, secondo lei, assolve la poesia?

La poesia aiuta a lenire le difficoltà che la vita ci pone quotidianamente, di qualsiasi natura esse siano. È una carezza che ti arriva dritta all’anima, al centro emozionale che muove i nostri sentimenti. La poesia può dare una soluzione ai problemi che il materialismo così tanto diffuso oggi non risolve, è una terapia contro ogni odio, contro ogni asperità sociale, contro ogni divisione. L’ho provato su me stesso, facendo tesoro di quelle emozioni positive che sorgevano dentro di me quando, dopo una giornata difficile, mi rifugiavo e mi rifugio tuttora in una buona lettura. Mi piace pensare alla poesia come ad una soluzione per i problemi dell’anima.

Quali caratteristiche dovrebbe avere la poesia per essere definita tale?

Io credo che la poesia debba scatenare una forte emozione nel lettore, quindi avere in primis un potere empatico. Inoltre dovrebbe anche stimolare una profonda immaginazione, trascinare con la mente il lettore nei luoghi o nei pensieri che il poeta descrive nei propri versi; penso per esempio a quando ho letto per la prima volta la lirica più famosa in assoluto, “L’infinito” di Giacomo Leopardi: quante volte ho scavalcato con la mia immaginazione quella siepe per cercare di intravedere quello che al poeta veniva impedito dalla siepe stessa, ed ho visto davvero l’infinito! Ma l’ingrediente principale secondo me è la veridicità delle parole, un bravo poeta deve essere credibile quando scrive, per questo mi piace descrivermi come un “artigiano” della parola, mi dà un senso di genuinità, di verità.

Poesia e prosa nel suo libro: una scelta occasionale o meditata?

Scelta meditata e voluta fortemente. Le poesie sono come figli per me, che nascono dopo una grande elaborazione delle emozioni che mi trasmette un fatto accaduto oppure una situazione che vivo in prima persona, ed hanno bisogno di essere lavorate, perfezionate, stese con cura. Le riflessioni in prosa invece sono un continuo flusso di pensieri che scrivo di getto, sempre facendo tesoro dei sentimenti che vengono scatenati da una determinata situazione o anche solo ascoltando una canzone, le scrivo quasi chiudendo gli occhi e lasciando che la mano scriva da sé. Paradossalmente una mia poesia ha bisogno anche di qualche giorno perché “veda la luce”, mentre per le riflessioni mi bastano talvolta anche solo dieci minuti.

Tra il Piave e la luna è la sua opera d'esordio. Ha in cantiere altri lavori letterari?

Ho molti scritti chiusi dentro il cassetto ed altri che sono rinchiusi ancora nella mia mente, in attesa di venire liberati ed attendere che svolgano il proprio percorso nella vita di tutti i giorni, la mano in questo è sempre pronta. Mi piacerebbe molto dar seguito a “Tra il Piave e la luna”, cercando di maturare come scrittore poesia dopo poesia, riflessione dopo riflessione.

A proposito del suo libro e della sua passione scrittoria...

“Tra il Piave e la luna” descrive l’amore, la vita, la fatica, la natura, il procedere lento e ostinato della vita stessa, utilizzando espressioni metaforiche di forte impatto allo scopo di emozionare il lettore, che è sempre stato il mio obiettivo principale. Quando ho scritto le poesie e le riflessioni contenute nel libro ho svelato a tutti chi sono veramente, mi sono messo a nudo, perché durante lo svolgimento della propria esistenza quotidiana ti trovi in situazioni in cui devi indossare una maschera per poter andare avanti nelle relazioni sociali o anche nel lavoro, ma quando sono con una penna in mano, ebbene si, quello sono davvero io e a me stesso non posso mentire, e men che meno ai miei lettori, come se sancissi con loro un patto di onestà. Questa passione che esprimo da quando ero adolescente è la mia vera carta d’identità, mi dà vita e mi permette di vivere il mondo in cui vorrei vivere. Ad ogni amico scrittore dico sempre “non smettere mai di scrivere”, è come se gli dicessi “non smettere mai di vivere”. La poesia nel mio caso è sinonimo di vita, e finché vivo non morirò mai.

BIOGRAFIA 

Michele Carniel è nato il 15 gennaio 1978 a San Donà di Piave, in provincia di Venezia, dove tuttora vive con la moglie. Di professione fa il progettista di impianti navali ma fin dall’età adolescenziale scrive poesie e partecipa a numerosi concorsi letterari. “Tra il Piave e la luna” rappresenta il suo primo progetto editoriale. Oltre alla passione per la scrittura è anche allenatore di calcio.