Lᴀ Vᴏᴄᴇ ᴅᴇʟ Rᴇᴄᴇɴsᴏʀᴇ

SCRITTURA VIVA

QUEL CHE RESTA DI ME di Laura De Menech

L’unicità dell’essere come opera d’arte

a cura di Simona Fiorucci

È un racconto profondo, un significativo percorso dagli accenti e dai risvolti psicologici e introspettivi, l’opera letteraria Quel che resta di me (Self publishing, anno di pubblicazione 2017, pagg. 72) dell’autrice Laura De Menech che ci fa riflettere sull’importanza della preziosa parola unicità. «Con ogni uomo viene al mondo qualcosa di nuovo che non è mai esistito, qualcosa di primo e unico.» (Martin Buber). Esiste all’interno di ciascuno di noi una forza indirizzata al raggiungimento di una individualità esclusiva e irripetibile, quella stessa che gli gnostici declinarono come “scintilla” e che Meister Eckhart affermò risiedere, in modo costitutivo e ultimativo, nell’anima. Tuttavia, il sentiero da percorrere per giungere alla piena individualità non è privo di pericoli e lo stesso percorso impone il suo prezzo. La realizzazione della nostra individualità è la più grande opera d’arte che ci sia dato di compiere: possiamo lavorare e applicarci in ogni campo, ma essa rimane l’opera di cui siamo i grandi artisti, i veri maestri, e per conseguirla dobbiamo raggiungere la nostra dimensione più profonda. Questo è ciò che, a grandi linee, sosteneva Carl Gustav Jung, psichiatra, psicanalista e antropologo – ma anche la nostra autrice – che sapeva ben conciliare la scienza psicologica con la spiritualità dell’anima. Il termine individualità è sinonimo di autenticità dell’essere. La diversità esistente tra gli esseri umani è ciò che fa di ogni individuo qualcosa di prezioso. Esistono, infatti, tra gli individui infinite sfumature caratteriali, inclinazioni, attitudini, preferenze. Di queste diversità sembra esserne consapevole Aaron, protagonista del racconto (in realtà ogni personaggio lo è a suo modo, con la sua storia) dell’autrice Laura De Menech, il quale cerca a tutti costi il suo posto nel mondo. La stessa diversità difesa a tutti i costi da Aaron non è purtroppo compresa né accettata da sua madre e suo padre impreparati a svolgere il ruolo di genitori, perché genitori non si nasce, ma lo si diventa esperendo sul campo. E spesso non è compresa né incoraggiata nemmeno dalla logica collettiva che, solitamente, vedendo nella diversità e nella differenziazione l’incombere d’una minaccia, è volta, invece, al mantenimento dell’uniformità. La conquista dell’individualità ha sempre l’aspetto di un “riscatto”, di un viaggio fuori e dentro di sé che l’individuo deve necessariamente intraprendere, consapevole delle difficoltà e sofferenze con le quali dovrà fronteggiarsi. Questo viaggio tuttavia può essere reso ostico o più semplice a seconda delle persone che gravitano attorno all’individuo in crescita, soprattutto i genitori. Quanto più saranno amorevoli, comprensivi e con una mentalità aperta tanto più il raggiungimento del sé nel soggetto in crescita avverrà senza grossi traumi. Spesso i genitori, però, inconsapevoli dei danni che certe loro espressioni e comportamenti potrebbero arrecare tendono a paragonare tra loro i propri figli evidenziando come positive alcune caratteristiche dell’uno rispetto all’altro. È quel che succede al nostro protagonista che, percependosi sempre in difetto nel paragone col fratello, finisce col vivere una situazione di pesante disagio, fino al punto di avere ripercussioni fisiche, chiudendosi in un guscio protettivo. Così l’autrice evidenzia le differenze tra i due fratelli del racconto:

«Andrew era il fratello maggiore, un ragazzone alto e robusto che era stato campione di basket nella squadra del liceo. Forte nel fisico e nel carattere, non assomigliava lontanamente ad Aaron, anche se erano tutti e due alti e biondi come i tipici ragazzi americani. Andrew era spavaldo, sicuro di sé, sempre circondato da belle ragazze che facevano a gara per uscire con lui. Era uno studente non proprio brillante dell’Università cittadina, e sognava un futuro da sportivo... faceva esattamente solo ciò che gli interessava e andava dritto per la sua strada con un bel sorriso stampato in faccia. Aaron, invece, era un riflessivo, per non dire che era sempre stato fin da piccolo un introverso, un bimbo difficile sempre chiuso nel suo mondo. Allo stare in compagnia preferiva di gran lunga starsene per conto proprio con i suoi amati libri, oppure fare una passeggiata in solitaria o un giro in bici, rigorosamente da solo, per ammirare la natura… Trovava sollievo solo nei suoi amati libri, perlopiù di Filosofia Orientale, argomento questo, che riusciva a trasmettergli quel conforto che non riusciva a trovare in niente e nessuno… i suoi amici erano Platone, Socrate, Kirkegaard, ma anche Sastre, Nietsche e Osho. Sognava un mondo senza malvagità e violenza… Ma questo magico universo si trasformò ben presto in una gabbia dorata, in un sudario, in una tomba… La sua malattia prese il sopravvento».

La necessità di un percorso di cura consentirà finalmente ad Aaron di venire a contatto con persone speciali, portatrici d’aiuto ma anche di verità tristi e dolorose, e di gridare alla madre il suo diritto d’esistere, così, nella sua “diversità” con queste parole incisive e calzanti: «Se giudichi un pesce dalla sua capacità di scalare gli alberi, questi passerà tutta la vita a sentirsi un incapace. Ma se gli dai la possibilità di nuotare nell’oceano, quella sarà la sua Luce. Al contrario, se getti in mare quella scimmia, che tanto agilmente saltava da un ramo all’altro, questa, in acqua, affogherà». Spesso sentiamo pronunciare la parola “diversità”... ma diversità da chi? Da cosa? Chi stabilisce cosa è “normale” e cosa non lo è? Qual è la linea di demarcazione netta che ci consente di dare per certa la fine di una dimensione e l’inizio dell’altra? Bisognerebbe, contro ogni pregiudizio, superficialità, luogo comune, cercare di non giudicare l’altro con leggerezza, anzi, di non giudicarlo per nulla. Ognuno è portatore di un bagaglio esperienziale, di una propria capacità di avvertire, di elaborare gli eventi e di reagire, così come è giusto che abbia preferenze, interessi, attitudini. Ciò che può essere normale per uno, può risultare anormale per un altro. Se è vero che ci si può comprendere tra persone affini, il nostro protagonista riuscirà grazie al confronto con Sasha, suo coetaneo, a dare un senso alla sua vita alleggerendo il suo male di vivere rimanendo fedele alla sua “diversità” e ai suoi valori. Sarà un viaggio per entrambi che li condurrà verso la luce. Ognuno, con la propria diversità è un’opera d’arte unica è irripetibile… e va accettato è amato per quello che è. Sembra proprio questo il messaggio più importante che l’autrice ha voluto trasmetterci con la sua opera letteraria.

«C’è una cosa sola al mondo che non dovete mai dimenticarvi di fare. Se dimenticate tutto il resto, ma non questo, non c’è da preoccuparsi; se invece ricordate tutto ma dimenticate questo, allora non avete fatto niente nella vostra vita. È come se un Re vi avesse mandato in qualche paese a eseguire un compito, e voi faceste mille altri servizi, ma non quello che vi ha mandato a compiere. Dunque gli esseri umani vengono al mondo per realizzare una particolare opera. Quell’opera è lo scopo, ciascuno specifico per ogni persona...» (Jalaluddin Rumi).

Complimenti all’autrice che in pochissime pagine è riuscita a far passare contenuti profondi che hanno a che fare con la parte più delicata di ognuno di noi. Libro da leggere e consigliare.

INTERVISTA ALL’AUTRICE

Come nasce la passione per la scrittura?

Ho imparato a leggere e a scrivere molto presto grazie alla pazienza della mia mamma che mi ha messo la penna in mano quando non avevo compiuto ancora tre anni. Mi sono ritrovata così, a cinque, ad essere in grado di leggere e scrivere come un bambino di dieci. Diciamo che ho bruciato le tappe! Nonostante questo, però, la mia prima forma di espressione non è stata la scrittura, ma il disegno; durante i primi anni delle elementari, quando dovevo scrivere i miei primi pensieri, io preferivo disegnare le mie idee utilizzando matite e colori con grande maestria, fino al momento in cui, la mia maestra, stanca di questa mia stranezza, mi costrinse a scrivere. Ricordo che ci rimasi pure male perché non mi veniva mai in mente nulla da mettere su carta, e questo mi faceva innervosire! Incredibile se penso che ora sono uno scrittore. Diventata più grande, però, ero in grado di svolgere temi ineccepibili dal punto di vista stilistico e grammaticale, ma molto concisi, perché ho sempre odiato perdermi in chiacchiere. La passione, però, quella vera, nacque da adulta quando la scrittura divenne il mio unico modo di relazionarmi col mondo, questo perché ho un carattere piuttosto introverso e tendo a isolarmi unicamente in compagnia dei miei amati libri. Amo la lettura, che è la mia Vita, e conseguentemente mi piace scrivere per poter eternizzare ciò che sento.

Cosa significa scrivere per Laura De Menech?

Quando scrivo è come se mi confidassi con i miei libri, consegnando alle loro pagine le mie sensazioni, i miei pensieri, i miei dolori. Sono convinta che non esista nulla di così intimo come la scrittura: attraverso la penna mi sento libera di essere me stessa, di riflettere, di pensare a ciò che voglio e anche di curare le mie ferite. La scrittura è anche questo, un balsamo per l’Anima, la possibilità di buttare fuori ciò che ci tormenta sapendo che dall’altra parte troveremo un futuro e probabile lettore, in linea magari con le nostre idee, e non due occhi indagatori pronti a criticare all’istante il nostro pensiero partendo anche solo dal tono della nostra voce o dalla scelta di alcuni vocaboli. La scrittura ci preserva da dialoghi indesiderati, quelli cioè di moda oggi, dove si attacca tanto ma che non danno vita a nulla di costruttivo, anzi, la persona educata, di solito, è l’unica che soccombe anche se ha ragione. Preferisco anteporre la mia penna al dialogo perché sono giunta oramai a una fase della mia vita, dove ho perso ogni interesse per le chiacchiere inutili e di circostanza, e dove si rischia continuamente di essere fraintesi e lapidati gratuitamente. Di conseguenza, se desidero parlare, ad esempio, di Filosofia, non lo faccio con una persona, perché so già in partenza e per esperienza che, qualunque sia l’argomento trattato, questa pretenderà di aver ragione e di convertirmi al suo pensiero. Io non voglio, invece, né aver ragione, né tantomeno convertire qualcuno: io desidero solamente imparare, e quindi l’unica cosa che faccio è aprire un libro che tratta l’argomento in questione e che mi interessa, e iniziare a studiarlo e approfondirlo in tutta tranquillità e con la mente aperta.

Come nasce l’idea di Quel che resta di me?

Il libro fu il risultato di un periodo molto difficile della mia vita. Ritornai a casa, una sera, con le lacrime agli occhi e un peso sul cuore talmente opprimente che mi sembrava di impazzire. Avevo un nodo alla gola che mi impediva di parlare, così presi la penna e iniziai a buttar fuori tutto quello che non mi faceva respirare: dapprima una timida frase, poi nacque improvvisamente nella mia testa, come per magia, il personaggio principale, ossia Aaron, al quale diedi molte mie caratteristiche; gli altri tratti caratteriali li riservai all’altro personaggio di spicco, ossia Sasha. Avevo quindi trasferito la mia vita in quei due ventenni così diversi tra loro (uno è americano, l’altro birmano) ma con una caratteristica importante in comune: la bellezza della loro Anima. La storia cominciò così a crescere da sola, io non facevo altro che guardarmi dentro e descrivere ciò che vedevo, ciò che sentivo, e arrivai al punto che i protagonisti cominciarono a vivere di vita propria; io ero lì unicamente per dar voce alle loro vicende. Nacque così Quel che resta di me.

Tre aggettivi per descrivere il suo racconto.

Oh, bella domanda! Non è facile… Il primo che mi viene in mente, che è forse quello che lo rispecchia di più è “introspettivo”. L’intera narrazione tocca le corde dell’Animo umano, i sentimenti, le sensazioni, e le vicende che si susseguono ci portano a riflettere di quanto poco spazio ci sia, in questa società malata di successo, per chi ha un cuore buono. Sia Aaron che Sasha, sono degli outsider, non rispecchiano minimamente la maggioranza dei giovani d’oggi, perché sono individui fuori dal comune in grado ancora di provare sentimenti genuini e rispetto per la Vita. L’altro aggettivo che mi viene in mente è travagliato/tormentato, ossia ciò che contraddistingue le storie che devono vivere questi due ragazzi, una vita non in linea con il loro Essere, un qualcosa di imposto che li fa soffrire, anche se i due stili di vita sono molto distanti e diversi tra loro. Ultimo aggettivo: attuale. Sì, perché attuali sono i temi trattati. Nel racconto possiamo trovare il cosiddetto “male di vivere” così comune nella società odierna, ma troviamo pure un’altra piaga attuale: il bullismo. Vi aleggia poi un’atmosfera di sofferenza che solo un’Anima sensibile può provare, quel dolore che deriva dalla consapevolezza di non essere compresi da nessuno, nemmeno dalla propria madre, e di non riuscire a trovare una propria collocazione nel mondo. È un racconto che fa riflettere su quanto sia faticoso, per le persone più delicate, vivere in una società come questa, priva oramai di valori veri dove le virtù sono mistificate e la furbizia premiata.

 

BIOGRAFIA

Laura De Menech nasce a Belluno, nel cuore delle Dolomiti. Dopo gli studi di Filosofia all’Università di Padova collabora come giornalista freelance presso alcune testate. Il suo interesse è rivolto principalmente alla Filosofia Teoretica e Orientale e viaggia molto tra India, Birmania e Thailandia, visitandone i monasteri. Ha ottenuto in questi ultimi anni ben otto riconoscimenti letterari con le sue opere, e dalla primavera del 2020 collabora con la prestigiosa Rivista letteraria internazionale “LE MUSE” diretta dalla sua fondatrice, la famosa scrittrice Maria Teresa Liuzzo. È inoltre Sommelier dal 2013. Attualmente vive e lavora a Belluno.

RICONOSCIMENTI - Premio Letterario Internazionale “Un Tempio per la Pace”, Firenze, Palazzo Vecchio, dicembre 2015 con il racconto “Nè Acqua, né Luna”.

- Premio Letterario Internazionale “C. Bukowski”, Viareggio, luglio 2017 Menzione speciale con il racconto “Qui e Ora”.

- Premio Letterario Internazionale “Michelangelo Buonarroti”, Seravezza (Lucca), novembre 2017 con il libro “Quel che resta di me”.

- Premio Letterario Internazionale “Lord Byron Golfo dei Poeti”, Portovenere (La Spezia), 4 novembre 2018 Menzione d’Onore con il racconto “Qui e Ora”.

- Premio Letterario Internazionale “Michelangelo Buonarroti”, Forte dei Marmi, 24 novembre 2018 Diploma d’Onore con Menzione d’Encomio con il racconto “Qui e Ora”.

- Premio Letterario Nazionale “EquiLibri” dell’Associazione Piazza Navona, Cava de’Tirreni (Salerno), 26 gennaio 2019 3^ classificata con il libro “Quel che resta di me”.

- Premio Letterario Internazionale “Giglio Blu di Firenze”, Firenze, aprile 2019. Primo premio in memoria di Ettore Malosso nella sezione “Narrativa Inedita”, con il libro “Nella sabbia del Tempo”.

Premio Letterario Internazionale “Lord Byron Golfo dei Poeti”, Portovenere (La Spezia), 3 novembre 2019, menzione d’onore con il romanzo “Nella sabbia del Tempo”.