Lᴀ Vᴏᴄᴇ ᴅᴇʟ Rᴇᴄᴇɴsᴏʀᴇ

SCRITTURA VIVA

TIWANAKU - LA LEGGENDA DI CRISTINA M. D. BELLONI

Tra le antiche rovine, la porta delle possibilità

di Manila Tosto

C’è una porta a cielo aperto, puoi varcarla. C’è una città nei suoi resti, puoi scoprirla. C’è una terra antica, puoi sentirla pulsare. C’è un tempo lontano, lo puoi immaginare. Seguimi, ti porterò dove anch’io sono stata portata, dagli occhi della mente di chi ha saputo vedere, ché nessun passato è tanto lontano dal non poterlo creare. A volte, sai, è come guardare un bambino che salta felice in una pozzanghera, credendo che atterrerà in un altro mondo; e, in qualche modo, accade. È come rifugiarsi in soffitta durante un temporale, e ritrovarsi a sfrecciare nei cieli con un “fortunadrago”. È come seguire un coniglio bianco giù per un profondissimo buco, e scoprire che in qualche modo: «È sempre, l’ora del tè». È come aprire le ante di un armadio, e percepire, facendo un passo in più, che ogni realtà può trasformarsi in un’altra, se quella alle nostre spalle non è abbastanza serena o vivace. Certe fantasie, amano essere lussureggianti! Ed è proprio questa la prima qualità che potrete riconoscere nell’autrice Cristina M. D. Belloni attraverso il suo libro Tiwanaku - La leggenda (Edizioni Albatros - Il Filo di Roma, 2018). Dalla prima all’ultima riga, verrete avvolti, sospinti, sospesi, avvinti. Come tra le spire di un drago. Un drago piumato che volerà davvero spaventoso, possente, misterioso; a dar inizio, passaggio, e forse fine, a una storia in bilico tra due mondi. Lo stile letterario dell’autrice danza tra le sue infinite forme di realizzazione creativa, non fermandosi mai con precisione in nessuna categoria; a sottolineare che, una mente fervida non può avere alcun vero limite. E vi ritroverete così ad assaporare l’avventura, il fatato clima fantasy, fino a percepire nettamente la presenza dell’impronta storica. Non potrebbe essere altrimenti, poiché il romanzo scritto della Belloni nasce proprio così, da un profondo interesse per gli studi sull’archeologia, dalla scoperta delle rovine di un’antica città andina dall’altra parte del mondo; e dalla curiosità riguardo la sua civiltà fondatrice, ancora precedente a quella degli Incas («molto prima dell’era del quinto sole»), e a tutt’oggi in larga parte sconosciuta. Esattamente da questo punto della realtà e della storia, la brillante fecondità immaginifica dell’autrice ha potuto prendere forma e vita letteraria creando una racconto denso di avvenimenti, pericoli, personaggi immaginari – che paiono reali – di grandissima particolarità. Tutto il racconto è in continuo, perpetuo, movimento, come sospinto da qualche forza invisibile che muove i fili che fanno avvicinare e allontanare i personaggi, tra le innumerevoli avversità, fino a farli convergere pian piano tutti verso la città di Tiwanaku; città che rappresenta al contempo rovina e speranza di accesso ad un nuovo mondo possibile (un mondo in cui «remote storie parlano di un altro cielo e altre stelle, di un sole rosso, diverse piante e bestie fantastiche»). Creature di ogni genere, forma e colore, nascono e dialogano nella mente dell’autrice, venendoci incontro ad ogni passo. Animali dalle proprietà straordinarie, pericolosissimi fiori, sciami di api coscienti, terribili ombre fumose e gigantesche creature nelle rocce, tenute a bada solo da potenti sortilegi. Qui la Natura è portatrice di un chiaro linguaggio di autoprotezione trasformativa. È viva, rigogliosa e manifesta, e ha un cuore pulsante che sa esprimersi e difendersi senza mezze misure. Fermamente, selvaggiamente. Il dialogo con gli elementi naturali e l’arcaica saggezza di questi ultimi, nel racconto, è ancora possibile tramite il potere dei sapienti e degli sciamani, figure storiche centrali in questa antica leggenda che parte narrando la vita tranquilla del popolo degli Huari; pastori e pescatori pacifici, in rispettosa armonia con la Natura circostante, che si trovano a dover affrontare un nemico con brame insaziabili di conquista, già predatore della misteriosa Tiwanaku. Ma, in qualche modo, ogni storia dell’uomo si ripete, in una spirale che gira sempre su sé stessa e riparte eternamente dalla fine. Il ricordo di ciò che l’uomo fa della sua storia e dei suoi istinti è molto caro all’autrice, che riesce a porre un’attenzione delicata ma precisa sulla condizione umana. La storia, seppur ricca di incantesimi naturali, arcaici sortilegi e arti magiche oscure, ha in seno una molteplicità di valori e virtù, visibilmente importanti per la scrittrice. L’amicizia fra i bambini, così forte da spingerli con coraggio e temerarietà a cercare, da soli, l’amico rapito; l’amore dei genitori per la prole, che porterà un padre ad avventurarsi tra incessanti pericoli, per ritrovare i bimbi perduti; e una madre a difendere il suo piccolo, disperatamente, perdendo la sua capacità di ricordo della forma umana e del suo stesso amore materno. Il profondo e rispettoso contatto con la natura, che porterà una giovane bambina – che si crede solo un’orfana del bosco, abbandonata dalla madre anni addietro – a ritrovare consapevolezza dei suoi doni e la connessione sottile e potente, ricevuta per pura infusione, dalla Grande Madre. La sapiente penna dell’autrice ha saputo coinvolgere ed avvolgere completamente nella narrazione e, con le sue minuziose descrizioni, in certi momenti topici, a tratti anche ad inquietare e lasciare col fiato sospeso. Così come è riuscita a sollevare intime emozioni, con l’abilità di chi per prima – si percepisce – vive il procedere del racconto come se sgorgasse da un amore quasi materno, che lotta in ogni istante per affrontare e superare ogni minaccia, insieme ai suoi personaggi. Ogni buona lettura che si rispetti lascia un senso di profonda gratitudine, ed è questo ciò che sento nei confronti di M. D. Belloni, che ci ha donato generosamente una piccola ma fondamentale parte di sé. Non resta che lasciarsi andare indietro nel tempo e lontano nello spazio, e abbandonarsi fiduciosamente fra le balze di ogni riga di questa scrittura magica e selvaggia. Forse, se saremo fortunati, potremo anche incontrare sulla strada una grande tartaruga benevola, e fermarci con lei nelle acque a sorridere placidamente di una fine auspicata.

INTERVISTA ALL’AUTRICE

Leggendo il suo splendido racconto, e scoprendo che si tratta di una città realmente esistita, si è naturalmente portati a cercare le foto delle rovine di Tiwanaku. Leggere il romanzo da questa prospettiva è davvero coinvolgente, perché è riuscita a descrivere perfettamente i resti delle antiche mura, adeguandoli al ritmo del racconto. Com’è nata questa passione per l’archeologia, e da quando si è coniugata con l’arte scrittoria?

Sono una persona curiosa. Da sempre amo interessarmi, sia pur a livello amatoriale, di archeologia e di antichi enigmi. Il mistero aleggiante su Tiwanaku, sulla sua costruzione ed intorno alle rovine di Puma Punko, per la quali persiste lo sbalordimento degli archeologi che non capiscono come sia stato possibile la lavorazione così accurata dei manufatti rinvenuti, mi ha coinvolto e spinto a “romanzare” una storia che si aprisse alle leggende locali.

Il suo scritto è ricco di azioni temerarie e salvifiche, di amicizia, di rispetto per Madre Natura. Quali dei suoi valori vorrebbe che arrivassero al cuore del lettore?

La solidarietà soprattutto. La consapevolezza che con l’unione delle forze e dei saperi si possa “andare oltre”, riuscendo a scavalcare i limiti individuali anche di fronte a grandi difficoltà.​ E naturalmente il rispetto della Natura che può dare nuove prospettive alla vita di tutti noi. 

I personaggi sono tanti e ben delineati, sono nati solo dalla fantasia o ha attinto in qualche modo dal mondo reale?

I protagonisti umani della storia sono tutti inventati.​ Sono reali i​ popoli che hanno vissuto il territorio del lago Titicaca in epoca preincaica. Invece alcuni degli spiriti malefici o benefici sono riferiti alle mitologie del luogo.

Il racconto ha una fine molto particolare, e apparentemente aperta, si prospetta un secondo capitolo?

Si, certo, il racconto è strutturato perché possa avere un seguito. L’avventura dell’esodo del popolo Huari (che tra l’altro è veramente scomparso dall'altipiano) continuerà.

Lo scritto in apparenza è di un genere che si potrebbe definire misto; tra storico, avventuroso e fantasy. Lei come ama considerarlo?

Io l’ho concepito come una favola. Una avventura all’interno di un mondo dove la magia giochi un ruolo catalizzatore, dove scoprire però, anche tradizioni leggendarie e linguaggi​ diversi da quelle a cui i “fantasy”, per così dire, medioevaleggianti, ci hanno​ abituato.​

Com’è orientata pensando ad un prossimo progetto scrittorio? C’è già qualche idea che sta prendendo forma nella sua mente?

Attualmente sto finendo di scrivere un giallo che riannoda le fila del primo libro che ho scritto: “La strana faccenda di via Beatrice d’Este”, in quanto coinvolge gli stessi protagonisti. Ho anche, come accennato prima,​ iniziato ad elaborare la stesura della continuazione di Tiwanaku la leggenda.

Ci parli ancora di lei, cosicché il lettore possa conoscerla meglio.

La mia formazione divulgativa è artistica. Ho scritto e scrivo molto sull’arte contemporanea sia sui media cartacei prima, che su alcuni blog ultimamente. Penso che l’arte sia un valido tramite per studiare e​ capire​ l’evoluzione della cultura. Inoltre amo moltissimo leggere e recensisco in rete i libri che ritengo validi. Tutto questo, insieme all’attività di “creatrice di storie”, si riallaccia alla grande curiosità di cui accennavo inizialmente, la quale mi spinge ad approfondire gli argomenti che mi interessano maggiormente.